Le modifiche alla Costituzione della Repubblica Italiana.

O le modifiche si pensano come un regime democratico, come democrazia dei cittadini, oppure si pensano dal punto di vista dell'ideologia nazista, come da anni le sta proponendo Luciano Violante del PD, in cui le Istituzioni sono le padrone dei cittadini, concedono i diritti, ma si riservano la libertà di stuprare e violentare i cittadini secondo le loro necessità

sabato, novembre 17, 2007

Conferenza di presentazione della collana di libri "Cento Talleri" tenuta a Venezia il 16 novembre: commento ed impressioni!


Carissimi amici di Filosofico.net
vi ricordo che venerdi' 16 novembre, alle ore 17e30, presso lo "SpazioEventi della Libreria Mondadori" a San Marco (Venezia) la collana filosofica I CENTO TALLERI ( www.filosofico.net/t ), nata dalla collaborazione di Filosofico.net, Portalefilosofia.com e l'editrice Il Prato, incontrera' il pubblico, con una presentazione del proprio catalogo e un dibattito sul tema "Presente della Filosofia, Filosofia del Presente", volto a chiarire quale sia lo statuto della filosofia nell'attuale momento storico (interverranno Jacopo Agnesina, Diego Fusaro, Giuseppe Girgenti, Costanzo Preve, FedericoLeonardi e Andrea Sangiacomo).
Per maggiori informazioni:
049-640105,ilprato@libero.it .

Sono andato ad assistere a questa conferenza ieri sera.
Ammetto che ogni tanto mi illudo. Così, pur consapevole che si stava presentando un catalogo di libri, pensavo che si parlasse anche del "Presente della filosofia e della filosofia del presente". Ma forse i relatori ne hanno parlato, ma io non ho capito quale fosse o che cosa fosse la filosofia del presente o il presente della filosofia dal punto di vista dei relatori.So benissimo che qualunque critica si faccia è parziale e so benissimo che esiste un punto di vista soggettivo per cui le affermazioni che si fanno sono manifestazione di un insieme ideologico-dottrinale che le manifesta e che, ogni osservazione che viene fatta, è solo perché l'affermazione del relatore, uscendo dall'insieme dottrinale che l'ha manifestata, è entrata nell'insieme dottrinale di chi l'ha ascoltata producendo uno stridere col suo sentire e col suo pensiero, pur tuttavia alcune puntualizzazioni sono d'obbligo.

La prima è diretta nei confronti di Fusaro! Io ammetto che un giovane abbia grandi capacità tecniche di lettura e di interpretazione di quanto studia, ma la sua affermazione nei confronti dei vecchi docenti universitari (i baroni) dal punto di vista della filosofia (non mi interessano le questioni burocratiche o i rapporti di potere nelle università), non era solo fuori luogo, ma falsa sia nelle premesse (una società giovanilistica compulsiva) che nelle conclusioni (lo svecchiamento di chi fa filosofia).Il fatto che Fusaro studi la critica marxiana, e sappia tutto quello che ha detto Marx, non significa che conosca la critica marxiana, né l'ha interiorizzato come oggetto tanto da trasformarlo come prassi emotiva della sua rappresentazione soggettiva davanti al mondo. Tant'è che quando un altro relatore (quello che ha scritto un commento di Parmenide) gli parla di un "oltre" esistenziale non gli fa fare un salto alto di due metri sulla sedia imponendogli di dimostrare l'"oltre" anziché affermarlo come oggetto della sua immaginazione (o immaginarlo come necessità psicologica).

Sempre questo relatore (appunto chi ha scritto il libro attorno a Parmenide) punta molto l'attenzione sul concetto di "ascolto".Afferma la necessità di "Ascoltare con tutto sé stessi". Apparentemente sembra un concetto logico, in realtà è espressione di totale illogicità: sempre, un soggetto ascolta con tutto sé stesso! Al di là di come usa la sua attenzione nell'ascoltare. Ed ascolta non solo quello che le persone dicono, ma ascolta anche ciò che appartiene alla comunicazione non verbale. Se fossimo Animali o Piante il problema non si porrebbe, ma dal momento che siamo Esseri Umani e che comunichiamo mediante la ragione e in modo particolare con la ragione nella cultura attuale, il problema non è dato da chi ascolta, ma da chi parla. troppo spesso chi parla non è in grado di usare "parole alate", ma fa solo esercizio di retorica razionale che pur esprimendo in maniera pulita e ordinata un concetto, questo non è solo limitato alla ragione, ma è privato del fuoco, del furore, della vita e, pertanto, non attrae l'attenzione dell'interlocutore. Troppo spesso chi parla dà per scontato che l’altro intenda quello che lui dice come lui vorrebbe fosse inteso. Come se le parole avessero sempre lo stesso significato in ogni ambiente mentale in cui risuonano.Il problema è di chi parla, non di chi ascolta. Se fossimo animali o piante il problema non si porrebbe in quanto ogni forma comunicativa è sempre legata a pulsioni di vita (a necessità della vita o se preferite ai bisogni della vita) e, pertanto, qualunque siano le modalità del linguaggio o del discorso, sono sempre "parole alate" capaci di afferrare l'attenzione dell'interlocutore in quanto manifestazione di bisogni comuni con l’interlocutore.

Un professore universitario di Ca' Foscari, se non mi sbaglio, ha citato, a proposito di Alessandro Biral (presentava la collana Dialoghi Filosofici) ancora una volta quel vituperato "conosci te stesso" che usato da Platone ha finito per offendere il Tempio di Delo con quelle tre o quattro interpretazioni una più squallida dell'altra e tutte con la finalità di sottomettere la persona ad una Verità di sé stesso come oggetto in sé.

E' prassi dei filosofi, dagli Stoici agli attuali, offendere il Mito solo perché il Mito non può rientrare in nessuna filosofia della Verità. E ieri la cosa si è ripetuta. Però di questo sono abbastanza abituato, non ho fatto il salto sulle sedie né ho preso per il collo quel docente, però se lo sarebbe meritato!

Un'altra cosa che mi ha colpito è stata l'esposizione di quella persona che sta preparando un libro sulla guerra e sul terrorismo. In particolare, faceva notare, come spesso chi si combatte finisce per far "assomigliare" o "coincidere" le strutture sociali con quelle del nemico che combatte.Indubbiamente sarà un grande lavoro di ricerca, ma nella mia testa molti dubbi si accavallano.Io accetto che la propaganda politica definisca chi mette le bombe un terrorista. Accetto che la propaganda politica possa definire delle nazioni "l'impero del male". Ciò che non accetto è che chi fa analisi sociale o analisi filosofica faccia propri i vocaboli della propaganda politica. Chi è un "terrorista"? Perché quella persona decide quel comportamento? Qual è la realtà (o una definizione che si avvicini all'oggetto reale il più possibile, almeno superando l'apparenza con cui l'oggetto si presenta in questa cultura oggi...) di uno stato? Di una nazione? Quali sono i suoi bisogni? Quanto un singolo individuo è in grado di incidere nell'insieme della nazione tanto che la nazione è costretta a mettere in atto processi di adattamento a quanto quell'individuo, ogni singolo individuo, ha messo in moto?Qual è la struttura mentale (il modo di guardare il mondo...) di un Busch o di un Bin Laden? Cosa entrambi dell'altro (o di ogni altro) percepiscono? Cosa, ognuno di loro, proietta sull'altro? Come la propaganda riesce a far presa sulla struttura emotiva delle persone tanto che gli USA riescono a convincere gli americani della necessità di attaccare l'Iraq e perché, dopo tre anni, l'opinione pubblica ha cambiato opinione? Va be'; leggerò quel libro. Però, consiglio a questo personaggio, di discutere con un "terrorista" (o una persona di esperienza) per tentare di capire che cos'è "l'empatia sociale" e che cosa significano quei legamenti che hanno trasformato la nostra specie in una specie sociale....

Un filosofo è tale SOLO perché ha accumulato esperienze soggettive e ha tentato di trasformare quell'esperienza in teoria per comunicarla ad altri. E, quell'esperienza, è legata sempre alla cultura del suo tempo. Gli altri non sono filosofi, ma coloro che chiacchierano attorno ai filosofi.

E' la sensazione che ho avuto ieri in quella conferenza. Avevo la sensazione di essere una cavia in un laboratorio dove persone con i camici bianchi mi infilavano dei bisturi affinché le azioni fossero in linea con il loro pensiero aprioristico.

Tutte brave persone: ma nessuna di loro aveva forgiato il loro pensiero in una lotta a morte nella realtà quotidiana che il loro pensiero, pretendeva di definire. Il loro “pensare” non affrontava le torture di Giordano Bruno, né la qualità della vita di Feuerbach o Spinoza né affrontavano lo sconosciuto come Pirrone e, tanto meno, mettevano in discussione il loro presente come Pomponazzi o Kant.

Lo stimolo a replicare alle sciocchezze che venivano dette era molto forte. C'era un tempo in cui fare filosofia era una questione di vita o di morte. Chi manifestava un'idea era circondato nel foro da altre persone che tentavano di demolirla. Era il tempo in cui il filosofare era un combattere e la filosofia era una mitragliatrice che il filosofo teneva efficiente proprio sciacquando le sue idee nel fuoco della critica. Poi, nella conferenza di ieri, senti dire che "la critica è demolizione" in termini negativi. Come se fosse possibile demolire ciò che soddisfa i bisogni dell'uomo soltanto attraverso la critica. Ciò che impedisce la soddisfazione dei bisogni dell'uomo è possibile demolirlo mediante la critica in quanto la demolizione libera ciò che è trattenuto, ma servono catene e ferocia fisica per bloccare i bisogni degli uomini entro gabbie etiche e morali.

Io non conosco i motivi perché le persone del pubblico si alzavano e se ne andavano. Forse perché speravano di sentir parlare di "Presente della filosofia e della filosofia del presente" e poi si sono annoiate di persone che anziché parlare di concetti preferivano parlare di che cosa stavano facendo? O forse perché si erano immaginate delle aspettative e, invece, si sono trovate in una situazione in cui l'oggetto del discutere era il libro da vendere e non i suoi contenuti? O forse perché gli stessi contenuti dei libri presentati non erano tali da stimolare passioni ed emozioni dei presenti? Già; dei presenti che ascoltano degli oratori che non eccitano le loro emozioni, né li stimolano a superare i loro limiti.
A un lavoratore si può chiedere di fare bene il suo lavoro. Vale anche per un docente di filosofia. Gli si chiede di esporre i concetti dei vari filosofi, ma da una conferenza si PRETENDE che le persone subiscano un travolgimento emotivo che entri nelle loro passioni. Essere un docente di filosofia non fa di quell’individuo un filosofo. Solo che per travolgere il proprio auditorio di emozioni è necessario emozionarsi a propria volta, vivere la propria filosofia come espressione delle proprie emozioni e comunicarla con "parole alate". Non si può avere addosso un camice bianco e nella mano un bisturi e pretendere partecipazione da parte delle cavie che si vuole vivisezionare come non si può spacciare la filosofia come se fosse una dose di eroina o una merce capace di portare profitto.

In quella conferenza non mi è rimasto altro che chiedere: perché voi fate filosofia?
La risposta più forte che ho ricevuto è "Perché facendo filosofia io mangio, ci vivo!"

Una risposta da vero filosofo.
Il trionfo del retorico che dice: “Prova a ribattere a questa, se sei capace!”
Preferisco arrendermi perché se ribatto con quello che ho nel cuore finisce che tu voli dalle scale (o io, dipende dalle circostanze).
Giordano Bruno, Pirrone, Pomponazzi, Feuerbach, Spinoza, ringraziano!
Quando si fanno domande è perché già si conoscono le risposte, però si ha il dubbio di sbagliare. Oppure, si ha il dubbio che ci sia qualcos'altro. Ma a Diogene non gli resta altro che prendere la lanterna e continuare a cercare l'uomo.
E non si dica che è una questione di comunicazione.


Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
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Tel. 041933185