Le modifiche alla Costituzione della Repubblica Italiana.

O le modifiche si pensano come un regime democratico, come democrazia dei cittadini, oppure si pensano dal punto di vista dell'ideologia nazista, come da anni le sta proponendo Luciano Violante del PD, in cui le Istituzioni sono le padrone dei cittadini, concedono i diritti, ma si riservano la libertà di stuprare e violentare i cittadini secondo le loro necessità

domenica, dicembre 30, 2007

Osservazioni ispirate da "L'ospite inquietante - il nichilismo e i giovani" di Umberto Galimberti

Ho quasi terminato di leggere “L’ospite inquietante –il nichilismo e i giovani” di Umberto Galimberti.
Galimberti è forse uno dei personaggi che apprezzo di più nel panorama culturale italiano, ma forse è solo uno del quale ho letto alcuni lavori.
La sua chiarezza espositiva è notevole e importante. Penso che la userò citandola in molti lavori.
Arrivare verso la fine del libro, verso la “cadenza del ritmo” mentre sto analizzando, contestandone scopi, mezzi ed effetti, dell’Enciclica Spe Salvi di Ratzinger, mi ha portato a comprendere (vero o illusorio che sia) una “barzelletta” che gira in internet e che fa, più o meno, così:
“Un etnologo osserva una marmotta e dopo giorni e giorni di osservazione scrive nel suo rapporto: “La marmotta è l’animale più stupido del mondo, passa ore ed ore a crogiolarsi al sole fuori dalla tana!”. La marmotta, a sua volta, scrive un rapporto in cui dice: “L’etnologo è l’animale più stupido al mondo, passa ore ed ore a guardarmi!”.”
Ogni uomo, ogni categoria umana, ha sempre una visione parziale delle cose che riguardano gli altri uomini e quando si scrive degli altri, come fa Umberto Galimberti, si scrive degli altri riducendoli alle proprie categorie. Quando non è possibile ridurre gli altri alle proprie categorie, gli altri sono il vuoto, i nichilisti. Ma per trovare il vuoto, il nichilismo negli altri, è necessario trovare il proprio nichilismo, la propria attività nella quale e attraverso la quale SI E’ COSTRUITO IL NICHILISMO (inteso come vuoto nella cultura e nella psiche. Anche se poi, in realtà, non esiste un vuoto reale nell'altro, ma esiste solo la nostra incapacità nel percepire).
Tutto il libro è il grido di dolore di Umberto Galimberti. Il dolore per il suo vuoto morale, etico, culturale, ma soprattutto per il vuoto emotivo che lo attraversa e che lo separa dalla società in cui vive. Non vede le sue azioni e le sue non-azioni, non ne vede né ne intuisce gli effetti, non si rende conto dei processi di adattamento che un insieme emotivo mette in atto nei confronti delle sue azioni, né vede l’origine del suo stesso non-agire.
Si erge a giudice, esterno ed estraneo all’insieme sociale in cui vive.
Va a trovare i ragazzi che hanno buttato i sassi dal cavalcavia chiedendo, ma senza conoscere il “dialetto emotivo” che manifestano, senza conoscere l’insieme emotivo entro il quale quei ragazzi hanno costruito i loro percorsi di adattamento soggettivo, senza conoscere la percezione che ne hanno dei fenomeni che giungono loro dal mondo e come hanno soggettivamente elaborato quei fenomeni in tutte le fasi della loro trasformazione di crescita.
Per capirlo serve il linguaggio emotivo e non il linguaggio della ragione o delle parole. Solo che per usare il linguaggio emotivo devi aver vissuto emotivamente.
Umberto Galimberti si pone davanti alle persone come il dio padrone che giudica la fotografia di una “realtà”, di una verità, manifestata in quel momento senza una storia o un divenuto e senza un futuro in cui quella “verità” si tuffa per modificarlo.
Nel libro “L’ospite inquietante – il nichilismo e i giovani” per Umberto Galimberti tutto è statico. Il futuro è una riproduzione del presente che contiene quella “speranza” che è solo un suo “desiderio dell’anima” e non il prodotto delle sue azioni: e che volete che il dio padrone e giudice eterno si sporchi le mani con il fango e l’immondizia della quotidianità?
La struttura culturale universitaria è pervasa da un nichilismo, un vuoto sociale, spaventoso (e questa non è una mia percezione, ma è la povertà delle azioni che dalla cultura universitaria arrivano alla quotidianità della casalinga che ne dimostrano la povertà). Separati dalla società non vivono le tensioni emotive e non partecipano agli eventi se non a fianco del dio padrone, padrone essi stessi.
La cultura universitaria giustifica il controllo sociale, la manipolazione dell’informazione, aiuta la disgregazione delle strutture culturali in cui le persone veicolano le loro tensioni (quando mai avete conosciuto l'indignazione della cultura universitaria per la violazone dei diritti civili, o per la manipolazione dell'informazione dei quotidiani?).
Consideriamo Umberto Galimberti. Lui negli anni ’70 non aveva il pugno chiuso pur frequentando l’ambiente. Ma perché non aveva il pugno chiuso? Il pugno chiuso è una rappresentazione culturale in cui manifestare la risposta alle tensioni emotive che dall’insieme sociale si riversano nei confronti degli individui. Lui non percepiva quelle tensioni sociali. Le persone che perdevano le mani nei torni, lo lasciavano indifferente. Razionalmente, quando gli giungeva notizia, esprimeva la sua contrarietà, ma non percepiva né l’emozione, né la tensione emotiva che l’insieme sociale che produceva la perdita delle mani, giungeva a lui. Lui era separato dalla società. Non aveva la relazione empatica con la società in cui viveva. La mancanza di relazione empatica ti rende estraneo. La percezione empatica, per contro, costringe le persone a mettere in atto delle azioni in relazione a tensioni emotive che emergono dentro all’individuo e sollecitate ad emergere da fenomeni o letture dei fenomeni che dalla società giungono all’individuo.
Fra il 1968 e il 1975 la società civile era in pericolo di un colpo di stato con la rottura del patto Costituzionale nei confronti dei cittadini messo in atto dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista.
Quali sono le conclusioni di Galimberti?

“Parliamo di sfida quando la contrattazione è abolita, e il sistema non può rispondere se non con la morte del terrorista o con la propria morte. Tale è la violenza del simbolico che interrompe ogni forma di contrattazione che le società civili hanno faticosamente raggiunto con il progressivo emanciparsi dalle modalità primitive di convivenza.”

Questi quattro idioti si sono fatti torturare per salvare la democrazia, ma lui li deride: sono nichilisti!
Questa posizione è quella del dio padrone che, rompendo il patto Costituzionale del 1948, si ritiene in diritto di macellare chiunque mette in discussione il suo diritto naturale. Il vuoto nichilista che pervade la struttura emotiva di Umberto Galimberti costruisce un muro grigio davanti ai suoi occhi emotivi e non solo non gli permette di intravedere l’altro, ma nega l’altro perché l’altro non si sottomette alle sue categorie.
E così mentre Galimberti costruisce il vuoto sociale si chiede:

“A giovani siffatti, probabilmente disattenti a scuola, non perché la materia non è interessante, ma perché nulla è più interessante, che dice la scuola? E soprattutto quando avverte quei passaggi d’atmosfera in adolescenti che troppo presto, saltando tutte le stagioni, passano dalla primavera cui la vita gli aveva immessi in quell’inverno dell’anima dove anche il rigore del gelo si fa sempre meno avvertito, che dice la scuola?”

Non si rende conto Umberto Galimberti di essere LUI A COSTRUIRE QUEL GELO SOCIALE!

Un giorno Bortolussi spiegò a degli artigiani come non farsi cogliere mentre violavano le norme di sicurezza sui posti di lavoro. Bortolussi era (e se non sbaglio, ancora è) il responsabile di un’organizzazione di imprenditori artigiani di Mestre. Io ero presente per lavoro dentro all’Associazione Artigiani e ascoltai indignato. Avevo due chili di polvere nera (la quantità e gli effetti equivalevano a un forte botto di capodanno) e un paio di giorni dopo (poco più o poco meno) Marghera fu svegliata da uno scoppio presso la sede della stessa associazione. Che senso aveva quello scoppio? Aveva lo scopo di far cessare la percezione emotiva del dolore sociale che l’azione di Bortolussi aveva provocato. Quel senso di impotenza in cui glii Umberti Galimberti di turno chiudono gli uomini per poterli macellare. La Procura della Repubblica di Venezia trovava del tutto normale e naturale che Bortolussi istruisse come violare le norme di sicurezza. La Procura della Repubblica di Venezia e l’ufficio Istruzione nelle persone di Carlo Mastelloni, Ferrari, Ugolini Rita e Michele Della Costa: appunto, gli Umberti Galimberti di turno!

L’azione di Mastelloni, Della Costa, Ugolini Rita, ha lo stesso impulso emotivo di chi butta sassi dal cavalcavia. Far del male agli sconosciuti, per loro è legittimo. Procura un sussulto emotivo, Lo sconosciuto è separato da loro. Loro non lo sentono. I ragazzi che buttarono i sassi dal cavalcavia, di cui parla Galimberti nel su libro, non avrebbero mai gettato dei sassi in testa alla loro madre, o alla suora o al prete del loro paese. Così come Carlo Mastelloni, Della Costa o Ugolini Rita non avrebbero mai inquisito Tagliercio o Albanese per i loro delitti, né Bortolussi. Loro capivano Albanese, Tagliercio o Bortolussi e giustificavano la loro attività criminale, ma quelli che perdevano le mani sui posti di lavoro, quelli che venivano torturati nei posti di polizia, quelli che furono ammazzati in fabbrica a Marghera non esistevano. Erano altri!

Dodici poliziotti mi hanno massacrato di botte per due giorni, per un mese sono stato tenuto nascosto perché passassero gli ematomi, ma chi sono i responsabili? I poliziotti che mi hanno massacrato? I magistrati che li hanno coperti e che mi hanno sistematicamente minacciato di morte e tentato di farlo? I giornalisti dei vari giornali fra i quali il Gazzettino che hanno legittimato le torture? La cultura universitaria che ha legittimato la rottura del patto Costituzionale ad opera della politica?

E’ il vuoto emotivo! Questo è il vero responsabile, al di là delle persone e dei nomi!

Il vuoto emotivo che distrugge la possibilità di veicolare le emozioni delle persone in questo presente perché pretende che le emozioni, i bisogni e le passioni delle persone si inquadrino entro schemi etico-morali estranei alle persone. La violenza con cui si aggrediscono le persone sia nelle loro emozioni sia nel linguaggio che le loro emozioni esprimono. Aggresioni che trasformano la società civile in un campo di concentramento emotivo. Così, gli uomini, anziché dispiegare nella società i figli del sangue di Urano Stellato, i Giganti, le Ninfe Melie, Afrodite e le Erinni, devono subire la violenza di un dio padrone che determina tempi e limiti in cui questi Dèi si possono esprimere. Tempi e limiti che sono nella “conoscenza segreta del dio padrone” custodita dai Galimberti pronti a criminalizzare ogni volta che gli Dèi si presentano nelle emozioni e nelle azioni degli uomini. I Galimberti hanno ucciso dentro di loro Afrodite, le Erinni, il Gigante emotivo che avrebbe dovuto crescere dentro di lui o la Ninfa Melia con cui costruire la relazione. Così non riconoscono Afrodite, l'Erinne, il Gigante o la Ninfa nel mondo che li circonda, nelle azioni e nelle emozioni degli Esseri Umani. Mentre i Galimberti agiscono per imporre il vuoto del dio padrone alla società, gli Dèi della vita che si manifestano nell’anima degli uomini spingono il loro Fanete a spezzare le costrizioni.
Cosa censura Galimberti?
Censura le azioni e le emozioni delle persone.
Non censura chi non ha attrezzato le persone per veicolare le loro emozioni.
Censura la “mancanza di senso”. Ma la “mancanza di senso” che Galimberti censura è “la mancanza di senso all’interno della sua concezione di senso”. Cioè la mancanza di un senso che coincida col senso del dio padrone. Non mette in discussione il “senso del dio padrone” che è la vera mancanza di senso che pervade la società. Infatti, parla di un futuro. Come se quel futuro fosse una verità. Ma da quando in quà, nell’infinita storia dell’umanità fin da quando uscimmo dal brodo primordiale, l’azione nel presente fu fatta “progettando un futuro”? Il futuro emerge dal presente, ma solo se il presente è vissuto con intensità dai soggetti. Soggetti che vivono il presente negli interessi emotivi del presente.
E' il vuoto che attraversa Galimberti rendendolo estraneo alla società civile. Non il vuoto del nichilismo che lui vuole identificare, ma la mancanza di empatia o, se preferiamo, di specifiche empatie sociali.
Quella disperazione angosciosa che fa dire ad Umberto Galimberti:

“Nell’attesa non c’è durata, non c’è organizzazione del tempo, perché il tempo è risucchiato dal futuro che risucchia il presente a cui toglie ogni significato, perché tutto ciò che succede è attraversato dal timore e dall’angoscia di mancare l’evento. La speranza, invece, guardando più lontano e ampliando lo spazio del futuro, distoglie l’attesa della concentrazione sull’immediato e dilata l’orizzonte. La speranza, infatti, è l’apertura del possibile. Essa fa riferimento a quei “nuovi cieli” e a quelle “nuove terre” che sono promessi dalla religione, dall’utopia, dalla rivoluzione, dalla trasformazione personale che siamo soliti temere, perché arroccati dalla nostra identità assunta come un fatto e non come un’interminabile e mai conclusa costruzione.”

Tutto è costruzione, anche la “distruzione del presente” è una costruzione. Ed è l’angoscia di Galimberti per non aver vissuto e che non si rende conto che non esiste una “città di dio”, nella quale sperare e che MAI nella storia dell’umanità la speranza nel futuro ha generato qualche cosa se non la distruzione del presente. La speranza è l’acqua che disseta l’angoscia che l’individuo manifesta per il fallimento del suo presente.
C’è da chiedersi:
Che cosa ha ucciso la possibilità delle persone di dispiegare le loro emozioni nel presente?
E ancora:
Sappiamo noi sciacquare le nostre emozioni in Arno?
Mi sembra di ritrovare Ilvo Diamanti che incita i giovani ad uccidere i loro genitori per acquisire un’autonomia d’azione in funzione del loro futuro, ma non si chiede: io che armi, che attrezzatura, ho fornito ai miei figli per farlo?
E infine, un’ultima cosa: I GIOVANI SIAMO TUTTI NOI!
Anche a ottanta anni. E se il giovane, di qualsiasi età, non agisce nel presente esponendo al fuoco le sue emozioni e non mette a disposizione il bagaglio dei suoi errori emotivi, quel giovane, qualunque sia la sua età anagrafica: E’ UN MORTO CHE SI E’ DIMENTICATO DI CESSARE DI RESPIRARE!
Non se la prenda Galimberti per il mio astio: è la rivolta delle cavie da laboratorio contro i camici bianchi che vogliono vivisezionarle.
Come dissi all’inizio:
“Un filosofo-psicologo osserva un gruppo sociale e dopo giorni e giorni di osservazione scrive nel suo rapporto: “Quel gruppo sociale è il più nichilista del mondo, passa ore ed ore a fare gesti senza senso!”. Quel gruppo sociale, a sua volta, scrive un rapporto in cui dice: “Il filosofo-psicologo è il più nichilista del mondo, passa ore ed ore a pensare ad un gruppo sociale anziché preoccuparsi di vivere!”.”
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo